GERUSALEMME – La terra d’Israele continua ad elargire testimonianze del passato e non finisce mai di sorprendere come accade per Roma o Pompei. Le scoperte archeologiche più recenti, nella regione di Ramla, dove un gruppo guidato dall’Università di Haifa, dalla Hebrew University e da un team di studiosi francesi venuti del Centre National de la Recherche Scientifique, ha riportato alla luce dei frammenti di osso coperti di incisioni risalenti ad almeno 120.000 anni fa. La scoperta è importante non solo perché prova che l’area era già abitata all’epoca, ma soprattutto perché si è rivelata essere, dopo un’attenta analisi, una delle prime testimonianze di utilizzo di simboli rituali da parte dell’uomo. Non è ancora chiaro cosa le incisioni vogliano significare, l’ipotesi più accreditata è che simboleggino il legame tra una tribù di cacciatori e le loro prede (all’epoca la regione era popolata da grossi bovini, oggi estinti, ai quali con ogni probabilità appartiene il frammento di osso ritrovato).
Un’altra importante scoperta, risalente a centinaia di migliaia di anni dopo, riguarda un’iscrizione nel villaggio di et-Taiybia, nella Piana di Esdraelon. Su una porta in pietra risalente all’epoca Bizantina (quinto secolo d.C. circa), è stata rinvenuta un’iscrizione in greco che riporta la frase “Gesù, figlio di Maria”. Si tratta di una delle testimonianze più antiche del nome di Gesù nella regione, probabilmente utilizzata come benedizione per tutti coloro che entravano nell’edificio, probabilmente un’antica chiesa. Nella stessa regione, recentemente, erano venuti alla luce reperti di epoca crociata (decisamente più recenti), dimostrando come et-Taiybia e i suoi dintorni siano stati per secoli un crocevia di popoli e di culture.
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