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Sinossi
Un diario che racconta i momenti più intensi di una lotta operaia durata due anni e mezzo. È la vicenda del “Giambattista Vico”, che parte dal dicembre del 2007, dall’annuncio di Sergio Marchionne di un piano di ristrutturazione straordinaria dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco, passa attraverso una crisi economica senza precedenti, un lunghissimo periodo di cassa integrazione, e si conclude con l’accordo che porterà prossimamente alla produzione della nuova Panda, salvando casi il posto a quasi 5 mila lavoratori e a oltre 10 mila dell’indotto.
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Massimo Russo ha 26 anni, lavora come carrellista sulla linea dell’Alfa 159, ha due figli, uno di tre anni e l’altro di 11 mesi. È lui, insieme ad altri mille colleghi, il vero protagonista del libro di Paolo Picone, collaboratore del Sole 24 Ore, Per grazia ricevuta. Fiat Gian Battista Vico Pomigliano: diario di una lotta (Tullio Pironti Editore, pagine 205, 12 euro). Picone, infatti, ha scelto di raccontare questa fabbrica attraverso le vicende personali, i loro drammi e le loro piccole felicità. Un registro che si intreccia con la cronaca quotidiana che inizia il 5 dicembre del 2007, giorno della genesi del primo piano Marchionne che avrebbe dovuto rilanciare con investimenti in formazione e in tecnologia questo stabilimento, e che si conclude nel luglio del 2010 con il referendum in cui non c’è un sì plebiscitario al secondo piano Marchionne. In 120 giornate, Picone compone un mosaico i cui tasselli sono frammenti che danno luce a una quotidianità fatta di vita in fabbrica e di lotte sindacali (la prefazione è di Giovanni Sgambati, segretario della Uilm-Uil Campania), che hanno come filo rosso il senso di distanza con cui accadono le cose: la comunità campana, infatti, è sempre in ascolto, attende notizie da Torino, si rende conto che ora adesso a contare è pure Detroit, riceve informazioni parziali, poi arriva la nota ufficiale del Lingotto, quindi si spargono voci fra i sindacalisti locali, ecco a un certo punto che parlano Bonanni e Epifani. Proprio questo senso di marginalità e di perenne precarietà è uno degli elementi più interessanti di un racconto corale affidato ai colletti blu e bianchi di uno degli ultimi avamposti del nostro sud manifatturiero.
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